Con questo dipinto mi ero divertito a provare per la prima volta le tecniche di mascheratura.
Dopo varie stratificazioni mi ero trovato davanti a uno spazio freddo e remoto, che, pur evocando in me un distinto senso di solitudine, mi affascinava e inquietava allo stesso tempo.
Sentivo però la mancanza di elementi identificabili che abitassero quell’habitat siderale, ma fu un pensiero lungo appena un battito di ciglia: il tempo di concepirlo e la risposta mi si era già palesata: cubi.
Cubi sospesi in quello spazio indefinito e senza tempo, in uno stato surreale di quiete e solitudine.
Tuttavia, continuavo a percepire un fastidioso senso di incompletezza che, in questo caso, non riuscivo a mettere a fuoco.
Pensai allora di schizzare del colore, lasciando che questa volta fosse un gesto istintivo, irrazionale e acritico, a indicarmi la via.
Un bel rischio, ma ero convinto di doverlo correre.
Ebbene — quando si dice “la fortuna aiuta gli audaci” — l’azzardo mi diede la risposta: quella sferzata di colore sembrava defluire dal cubo come sangue da una ferita aperta.
Era un’immagine molto vivida nella mia mente e per concretizzarla nell’opera mi bastò ricalcarla.
Povero cubo, ha “pagato col sangue” il prezzo delle mie elucubrazioni 🥺
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