Questo è un altro dipinto che nasce sull’avanzo di un rotolo di tela riservato a banco di prova, ma che alla fine si riscattò da un così misero destino.
Un giorno, pensando di smaltire questo “lembo” di cotone, ci scaricai sopra caoticamente dell’avanzo di colore che spiaccicai e spalmai con la spatola, senza velleità creative, ma solo per sfogo catartico alla fine di una giornata un po’ nera.
Catarsi però non pervenuta, anzi: guardando quello scampolo di tela aggredito dai miei impeti funesti, fui assalito dal rifiuto per quella informità e dall’impulso irrefrenabile di darle un senso.
L’avevo compreso subito: sarebbero stati cavoli amari 😓 (dal titolo si era capito, credo 😅).
E infatti mi ritrovai alle prese con quella che si rivelò l’opera più impegnativa e stressante che avessi realizzato.
Ebbene sì, perché, in primo luogo, un simile taglio cubista venne suggerito direttamente da quel pantano, quindi non ebbi scelta: era l’unica via percorribile per restare fedele a quell’impulso, da cui l’impresa era partita, di dare un senso; per cui fare tabula rasa sarebbe stato un “no sense” da manuale. In secondo luogo, tratti e geometrie puliti erano — e sono — quanto di più lontano dal mio registro creativo, che è sensibilmente più frenetico e compulsivo.
Così, a colpi di linee e colori, cominciai pian piano a tirar fuori, una ad una, tutte le forme sepolte che intravedevo (ce n’era una moltitudine tale da richiedere l’intervento della protezione civile 👷🏼♂️).
Quando terminai con le operazioni di salvataggio, mi resi conto che tutti quegli elementi, per quanto variegati per forma e colore, apparivano tutt’altro che vivaci e dinamici; anzi, si accalcavano appiattendosi tra loro.
Quindi mi venne l’idea di adoperare i marker acrilici per vivacizzare ombre, contorni e contrasti.
Fu la prima volta che li usai e servirono allo scopo meglio di quanto sperassi. Fu un altro episodio inaspettatamente fortuito a dispetto dell’incipit, che si rivelò quindi anche un’opportunità per scoprire e provare qualcosa di nuovo, di cui altrimenti avrei potuto non fare esperienza; eh, l’arte è come la vita…
Dai, era fatta!
L’obiettivo di dare l’agognato senso al parto spento di uno sfogo ottenebrato, era stato raggiunto; peccato che l’opera fosse di tutt’altra idea: non voleva saperne di “tacere”…
Già, perché ogni volta che la guardavo mi suggeriva sempre qualche dannata cosa da tirare fuori 🤦🏻♂️
Fu così per un bel po’, tanto che divenne quasi una routine: capitava che un giorno, guardando il dipinto, scovavo qualcosa e la tiravo fuori convinto di aver finalmente chiuso l’opera, ma il giorno seguente si ripeteva il processo, finché pure questa dinamica giunse al suo esaurimento e il dipinto finalmente “tacque”.
Ora spetta a chi osserva l’opera, scovare gli easter egg che la abitano 🐣; ma se sussurrano qualcosa meglio ignorare 😁
Edoardo Verde - Copyright © 2026 - All Rights Reserved